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Dove va la Cardiologia in Italia?

Considerazioni ad alta voce di una Associazione di Volontariato...

Più passa il tempo più la Cardiologia italiana rischia di diluirsi all'interno delle nuove organizzazioni degli Ospedali, pensati secondo il criterio della intensità di cure.

Si tratta per lo più di Contenitori Ospedalieri, interpretati spesso in maniera differenziata fra le varie Regioni Italiane, ritenuti funzionalmente avanzati e capaci di contenere i costi per il solo fatto di far convergere tutti i diversi tipi di intensità di cure, (anche per patologie diverse ma considerate di simile gravità) all'interno di una unica struttura organizzativa, con posti letto indifferenziati.

Alcune discipline, prevalentemente chirurgiche o con procedure molto standardizzate, sembrano adattarsi meglio a tale tipo di organizzazione piuttosto monolitica. Altre, in genere le più complesse dal punto di vista organizzativo e procedurale, e specie negli Ospedali più grandi, soffrono molto di tale frammentazione, basata essenzialmente sulla operatività e sulle prestazioni.

In tale organizzazione non si tiene conto infatti delle diverse specificità di molte discipline complesse e della variegata eterogeneità dei bisogni dei pazienti, che si modificano più volte nel tempo e spesso convergono in maniera molto diversificata, specie nel campo cardiologico.

L'intensità di cure prevede quindi grandi contenitori con dei "tutors" o coordinatori clinici che gestiscono i diversi casi, facendo poi intervenire, a seconda delle patologie prevalenti o accessorie, i diversi specialisti (il cardiologo nel caso di un paziente cardiopatico). Ciò porta facilmente a concepire la Cardiologia come una serie di servizi che forniscono prestazioni piuttosto che come una unità funzionale di percorso di salute che agisce sulla complessa eterogeneità dei bisogni cardiologici attraverso una unicità di azione ponderata e coordinata sui bisogni del paziente. In un tempo in cui si parla sempre più di medicina "personalizzata", e addirittura di medicina di "precisione", questa sembra in effetti una contraddizione in termini...

Per la Cardiologia ci saranno quindi letti per eventi acuti all'interno di una struttura ad intensità di cure per acuti di diverse patologie, senza facile continuità, ad esempio, con la Riabilitazione Cardiologica per post-acuti o quella ambulatoriale o quella di mantenimento, o comunque con difficili contatti, anche logistici, con l'imaging cardiologico diagnostico o le diverse sedi dove sono accessibili gli approcci interventistici. È più facile infatti che gli stessi diventino più il risultato di una richiesta di prestazione di un certo "case manager" piuttosto che una esigenza maturata e condivisa in maniera diversificata da tutta una equipe a cui è affidato un paziente lungo tutto il suo percorso clinico, organizzato all'interno del Dipartimento Cardiologico.

Ancora, quale sarà il ruolo della formazione continua, e non solo dei giovani Cardiologi, in questo contesto di frammentata iperattività, così lontana dalle esigenze di crescita professionale e culturale dei Cardiologi che operano in una certa struttura in stretta condivisione di idee e conoscenza? Dove vanno a finire allora i concetti di "equipe cardiologica" e del "gruppo del Cuore" di cui ci riempiamo la bocca quotidianamente? Quale collegamento ideale può esistere fra Unità Coronarica e Centri di Riabilitazione Cardiologica, già così spesso separati nelle diverse realtà organizzative, talora anche per colpe dei professionisti presenti nelle Strutture Sanitarie Ospedaliere e Ambulatoriali?

La Cardiologia dovrebbe poter garantire assistenza, presenza e competenza, oltre che responsabilità diretta lungo tutti i percorsi di diagnosi, cura e riabilitazione di ogni singolo paziente Cardiologico, dal suo primo accesso al Pronto Soccorso, alla sala di Emodinamica o Elettrofisiologia e all'Unità Coronarica, con facile accesso eventuale alla Cardiochirurgia, e con accesso protetto alla Cardiologia Riabilitativa post-acuta in degenza e ai percorsi ambulatoriali e fino al supporto e alla relazione con il Medico di Medicina Generale, anche attraverso soluzioni telematiche, come il Teleconsulto e la Telemedicina. Conserviamo ciò che funziona, migliorando, se necessario, i rapporti fra equipe medica ed infermieristica mettendo al centro il paziente. È tempo di un ripensamento all'interno delle organizzazioni ospedaliere da parte dei Responsabili Istituzionali, prima che la frammentazione dei percorsi sfoci in un prestazionificio senza cura!

Renato Battiston
Presidente Amici del cuore di Pordenone